Un articolo di Luigi Manconi su la Repubblica al quale ci uniamo anche noi
“L’arte e la scienza della cura psichiatrica, elaborate da Basaglia, sopravvivono alle miserie della politica”
No alla «monumentalizzazione» di Franco Basaglia. No all’idea di «imbalsamare la sua opera rivoluzionaria e trasformativa in una vuota celebrazione della memoria». Perché lo psichiatra che ha portato alla legge 180 e alla chiusura dei manicomi non è «un’icona morta del passato» ma «una pratica», come rivendica con forza la figlia Alberta, impegnata per tenere viva l’eredità del padre e della madre Franca Ongaro Basaglia. Una pratica che oggi è oggetto di «una sistematica demolizione».
Ma cosa è successo? Pochi giorni fa da Gorizia è partito l’iter per candidare il pensiero di Basaglia a patrimonio Unesco. Una proposta bipartisan, avanzata da un consigliere comunale del Pd e rilanciata dal sindaco forzista e dalla Regione Friuli Venezia Giulia guidata dalla Lega.
L’Archivio Basaglia, guidato da Alberta,risponde con un documento nel quale spiega perché la proposta di piazzarlo «accanto al canto lirico, all’arte del pizzaiolo napoletano e alle eccellenze della cucina italiana, turba, allarma e stupisce». Con il documento è partita anche una raccolta di firme. Ad aderire, oltre a decine di psichiatri, psicoterapeuti e sociologi, anche Serena Dandini, i registi Costanza Quatriglio e Daniele Vicari, lo scrittore Mauro Covacich. Aderisce anche Gustoh24 e l’associazione ambientalista Vas di Parma.
Ricordiamo Basaglia di Colorno

In occasione di questa brutta notizia noi vogliamo ricordare il Franco Basaglia dell’Ospedale psichiatrico di Colorno. Proprio a Colorno in provincia di Parma, lo psichiatra, padre della Legge 180 ha dato avvio ad un movimento per la trasformazione dell’assistenza psichiatrica e per affrontare i determinanti sociali della salute mentale.


Ecco il commento di LUIGI MANCONI per la Repubblica di questa settimana
In un paese come l’Italia, dove un qualche ruolo monumentale non si nega ad alcuno – calciatore o influencer, politico in disarmo o scrittore sconfitto allo Strega – ritengo una gran bella notizia che familiari, colleghi, allievi e amici di Franco Basaglia si mobilitino contro la celebrazione di un rito magniloquente in suo onore. Come sarebbe il riconoscimento del pensiero di Franco Basaglia quale “patrimonio immateriale dell’umanità”, secondo la formula dell’Unesco, ormai lisa dalla retorica. Ma ecco che, a quasi mezzo secolo dalla sua morte, l’intelligenza ruvida e radicale di Basaglia si proietta sull’oggi e, attraverso l’Archivio che porta il suo nome, fa sentire la sua voce e dice parole di verità.
Un decennio fa, l’Unesco ha riconosciuto come parte del patrimonio dell’umanità l’Arte tradizionale del pizzaiuolo napoletano, grazie a una mobilitazione allora definita “mondiale”. Non c’è nulla da ridere: storici e antropologi, da molto tempo, hanno considerato l’importanza del cibo tradizionale nella formazione dell’identità di un popolo e del suo immaginario sociale.
Ma dove il ragionamento mostra tutta intera la sua vacuità e vanità è in questo indistinto affastellare – tra beni materiali e beni immateriali – la cavatura del tartufo e la baguette, lo yodelling e la falconeria. Sia chiaro: tutti beni preziosi la cui scomparsa costituirebbe effettivamente una perdita, ma che sembrano rappresentare una sorta di depliant dell’Alpitour o di Costa Crociere che offre ogni giorno un motivo di attrazione per il piacere consumistico di visitatori voraci e frettolosi. In ogni caso, è palese che, in quella cornucopia di attrazioni fantasmagoriche, Franco Basaglia e Franca Ongaro e la loro elaborazione scientifica e culturale si troverebbero in acuto disagio.
Nel documento dell’Archivio Basaglia si evidenziano due questioni fondamentali. Questa riduzione di Basaglia a una sorta di statua equestre, la sua imbalsamazione e il suo congelamento in “icona morta del passato” avvengono all’interno di un paesaggio sociale e politico desolante e desolato, dove “l’universalità del servizio sanitario nazionale” viene pesantemente insidiata e compromessa.
Ci troviamo, cioè, in una “stagione profondamente regressiva, in cui a livello nazionale in tutti i contesti di cura predominano pratiche psichiatriche violente all’insegna di reparti chiusi, contenzione fisica, medicalizzazione estrema, negazione dei diritti”. Ovvero una situazione nella quale “l’istituzionalizzazione delle persone è la norma per la gestione di fasce di popolazione portatrici di disagio o di differenze”.
Qui emerge il nocciolo della riflessione di Franco Basaglia e Franca Ongaro che portò alla legge sull’abolizione dei manicomi. Giova ricordare il contesto: la legge 180 sugli “accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” venne approvata il 13 maggio del 1978, a quattro giorni dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro all’interno di una Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani. Relatore del provvedimento in aula fu il senatore democristiano Bruno Orsini, medico, con un voto pressoché unanime e la sola opposizione del Movimento Sociale Italiano.
Era il momento di massima emergenza istituzionale e politica della storia repubblicana: e, tuttavia, il parlamento trovò la forza di approvare una legge profondamente riformatrice. Se, in seguito, la sua applicazione fu estremamente deficitaria in tanta parte del territorio nazionale la responsabilità non fu certo della normativa – tutt’altro che lassista e utopistica – bensì dell’accidia di un ceto politico centrale e locale, incapace di realizzare le condizioni che consentissero alla riforma di funzionare: risorse, servizi, personale.
E, tuttavia, l’arte e la scienza della cura psichiatrica, elaborate da Basaglia, sopravvivono alle miserie della politica.
