Il Salento raccontato tra memoria, terra e tavola

L’aia circolare di Masseria Marangelli si riempie mentre la sera prende il posto del giorno. Non è soltanto la cornice di un incontro, ma il luogo in cui storie molto diverse finiscono per trovare un punto di contatto. È qui che nel mese settembre ha preso forma Trame d’identità, il primo appuntamento di Cosmonosìa in Masseria, una serata dedicata al modo in cui un territorio può raccontarsi attraverso le persone, la terra e ciò che arriva sulla tavola.

A dare il primo impulso al racconto è stato Roberto Lupo, autore de Il ragno, la tela, il manicomio, con la ricostruzione delle vicende legate al tarantismo nell’Ospedale Psichiatrico Interprovinciale Salentino di Lecce tra il 1900 e il 1950. Nelle pagine del libro non c’è soltanto la storia di un fenomeno che ha segnato profondamente l’immaginario del Salento, ma soprattutto quella delle persone che lo hanno vissuto. Attraverso i documenti dell’OPIS riemergono donne e uomini, le loro sofferenze, le loro convinzioni, i rituali e i diversi modi di cercare una risposta al dolore. Da una parte il sapere popolare, dall’altra quello medico e psichiatrico: due linguaggi che si incontrano, spesso senza comprendersi fino in fondo. È una storia che riporta la discussione sul terreno concreto delle vite vissute e che permette di guardare alla cultura di un territorio non come a un repertorio di tradizioni, ma come a qualcosa che nasce dalle esperienze delle persone.

Da quelle storie il discorso si è spostato sulla campagna, quasi senza cambiare domanda: che cosa rimane di un territorio quando cambiano le condizioni che lo hanno formato? Laura Rustioni ha concentrato il suo intervento sull’olivicoltura, su una presenza che in Salento va ben oltre la semplice coltivazione. Gli ulivi hanno disegnato il paesaggio, accompagnato generazioni di agricoltori e costruito un rapporto quotidiano con la terra. Parlare oggi di olivi significa però parlare anche di ciò che è accaduto alle campagne e delle difficoltà che ne hanno modificato il volto, ma soprattutto della necessità di trovare nuove strade per continuare a coltivare. La storia dell’olivo diventa così anche una riflessione sul futuro dell’agricoltura: non la nostalgia per un paesaggio perduto, ma la ricerca di un modo per preservare ciò che conta e, nello stesso tempo, permettere alla terra di continuare a produrre.

A questo punto il racconto ha trovato nel vino la sua espressione più naturale. Nel calice è arrivato Il Giardino di Anna, il rosato di Menhir Marangelli da uve Negroamaro. Una scelta tutt’altro che scontata in una zona non tradizionalmente vocata a questa interpretazione, capace però di dare al vitigno una personalità precisa. Una parte delle uve affronta un breve passaggio in legno, sufficiente ad aggiungere profondità senza perdere la freschezza del rosato. Il risultato è un vino che tiene insieme due dimensioni: la riconoscibilità del territorio e la volontà di cercare una strada personale. Anche il nome racconta qualcosa di importante: Anna è la mamma e la figlia di Gaetano Marangelli. Due generazioni, una storia familiare racchiusa in un’etichetta che diventa parte del vino. Il Giardino di Anna è memoria e contemporaneità, una storia privata che incontra la terra e trova nel calice una nuova forma per essere raccontata.

Poi arriva la tavola e il racconto cambia ancora registro. Lo chef Roberto Musarò sceglie di non allontanarsi dalla cucina che appartiene al territorio, ma di riportarla al centro attraverso piatti che tutti riconoscono: pasta al forno con le melanzane e le polpettine, focaccia ai fichi, paninetti con la parmigiana. Sono preparazioni semplici, ma proprio per questo capaci di evocare molto. Parlano di orti, stagioni, cucine di casa, pranzi della domenica e tavole dove il cibo veniva preparato per essere condiviso. La melanzana, il pomodoro, il fico, il pane diventano materia prima e memoria allo stesso tempo, senza bisogno di interpretazioni elaborate. Qui la cucina non cerca di stupire, ma di farsi riconoscere.

È forse questo il momento in cui i diversi fili della serata diventano uno solo. Il tarantismo raccontato da Lupo parla di una comunità e del modo in cui ha affrontato il dolore; l’olivicoltura raccontata da Rustioni parla di una terra e della necessità di continuare a prendersene cura; il vino di Marangelli porta nel calice una storia familiare e una scelta produttiva; i piatti di Musarò riportano tutto alla dimensione più quotidiana e immediata, quella della tavola. Non sono argomenti accostati per costruire artificialmente un percorso: sono modi diversi di guardare allo stesso territorio.

Perché il Salento non è soltanto quello che si vede. È anche quello che si ricorda, quello che si coltiva e quello che si mangia. È nelle storie conservate negli archivi e negli alberi che hanno disegnato le campagne; nelle scelte di chi oggi continua a produrre e in quelle di chi recupera ricette semplici per riportarle a una tavola contemporanea.

Nell’aia di Masseria Marangelli, Trame d’identità ha provato a raccontarlo proprio così, senza separare cultura e agricoltura, memoria e presente, produzione e convivialità. Prima le parole, poi la terra, infine il calice e la tavola. E mentre la serata prosegue, diventa evidente che il filo non è soltanto quello che unisce passato e futuro, ma quello che unisce le persone al luogo in cui vivono.

Una storia che parte dalla memoria, passa attraverso la terra e finisce dove, da sempre, le storie migliori continuano: intorno a una tavola.