di Raffaele D’Angelo

Nella foto di Alberto Blasetti: Massimo Gaetano Macri’ e Giampiero Francesca. La Guida con oltre 160 locali selezionati dalla rivista specializzata BlueBlazer è scaricabile gratuitamente dal sito www.blueblazer.it/app.  

INformacibo intervista in esclusiva Massimo Gaetano Macrì co-ideatore della nuova app gratuita “Guida ai migliori cocktail bar d’Italia“, con oltre 160 locali selezionati dalla rivista specializzata BlueBlazer, scaricabile al link www.blueblazer.it/app.

L’app non ha scopo di lucro, è gratuita e priva di sponsor, a garanzia della massima autonomia di azione e della fiducia dei suoi utenti, è un contenitore virtuale, scaricabile sulle piattaforme iOS e Android, contenente gli indirizzi, le informazioni e tutte le news sui migliori cocktail bar d’Italia.

Sono presenti nella Guida tutte le regioni italiane, con un’attenzione sempre maggiore alle realtà di provincia, tanto interessanti quanto, spesso, difficili da scoprire. I criteri seguiti per selezionare i bar si basano sull’ospitalità, oltre che sulla qualità del servizio e del cocktail.

Domanda: Ci puoi raccontare l’app di BlueBlazer sui Migliori Cocktail Bar d’Italia? Come si utilizza e a chi è indirizzata?

Risposta: E’ un’applicazione scaricabile gratuitamente, dal sito www.blueblazer.it/app, realizzata per le piattaforme Android e iOS, che consente di avere ‘in tasca’, o meglio sul proprio smartphone, una guida ai migliori cocktail bar d’Italia. Si tratta di locali che abbiamo visitato e valutato personalmente. Per cui, in qualche modo ci prendiamo una responsabilità personale. Ci mettiamo la faccia, insomma. Come dire che ‘questi’ sono i migliori bar secondo il nostro insindacabile giudizio. L’utente si ritrova tra le mani una guida che può consultare ovunque in Italia. La apre, si geo-localizza e già è in grado di individuare sulla mappa i locali più vicini. Cliccando sul nome del bar si apre la scheda con tutte le informazioni del caso, dai prezzi al mood che si respira. Sono dettagli importanti, perché il pubblico può essere differente. Non basta un elenco generico. Anzi, più informazioni diamo e meglio il ‘bevitore curioso’ saprà orientarsi. Ci rivolgiamo a un pubblico che ha già sperimentato il bere miscelato, ma vuole approfondire la materia. Allo stesso modo ci riferiamo ai curiosi che non conoscono questo mondo affascinante. Ecco perché le informazioni che forniamo sono determinanti. Farsi un’idea di quello che può essere serve a scremare e a far capire allo stesso cliente quali possono essere i suoi gusti e di conseguenza come orientarsi. Non a caso abbiamo diviso i locali in differenti categorie.

D.: La guida è frutto di vostre esperienze sul campo o vi siete affidati anche ad altri esperti esterni fidati? Quali sono state e sono per i prossimi aggiornamenti i criteri di selezione dei bar?

R.: Come dicevo conosciamo i locali. Anzi, spessissimo abbiamo bevuto, oltre ai drink ideati dai bartender, i nostri ‘soliti’: un Martini Cocktail e un Old Fashioned. Questo per dire che abbiamo testato la mano di quasi tutti sullo stesso drink. Un’esperienza unica, credo, che difficilmente altri hanno tentato. E che ci permette di affermare che abbiamo davvero il polso della situazione del meglio del bartending italiano. Abbiamo anche dei collaboratori che ci segnalano nuovi locali e ‘agenti segreti’ che mandiamo in giro per provare i bar. I nostri volti, il mio e quello di Giampiero Francesca, cominciano, infatti, a diventare troppo conosciuti. La domanda sui criteri è importante, perché mi permette di dire che non è il cocktail l’elemento cardine che ci fa dire sì o no. Ovviamente lo consideriamo, ma un buon drink bevuto in un locale in cui il servizio è di livello è preferibile a un’ottima bevuta se poi deve essere consumata in maniera ‘fredda’. L’ambiente e l’atmosfera, il senso dell’ospitalità, sono cruciali. Perché in fondo andiamo in un bar? Perché vogliamo passare qualche ora – in compagnia o in solitudine al bancone – in pace, come se fossimo a casa, anzi, meglio! Ecco quello che valutiamo, quindi. Cerchiamo di indicare agli utilizzatori di BlueBlazer quei locali in cui possono fare una vera esperienza beverage e in alcuni casi anche food. Abbiamo persino delle cucine stellate che sono aumentate quest’anno.

D.: Senza voler fare dei favoritismi, ci puoi raccontare qualche ‘chicca’ che avete scoperto e che è presente in guida?

R.: Da tempo dovevamo andare al Surfer’s Den di Milano. Per vari motivi avevamo sempre rimandato la visita. Quando siamo entrati, ci siamo ritrovati in un giardino meravigliosamente curato e sfruttato non soltanto come estetica, ma le sue piante spesso sono utilizzate in miscelazione. Una sorta di km zero liquido. Andateci in primavera per rendervene conto. In inverno invece si trasforma in una ‘tana’ per surfisti. Altrettanto affascinante.

D.: Dal punto di vista geografico si delinea una varietà regionale molto interessante..in Italia come si beve in generale e come si sta evolvendo il gusto della clientela?

R.: Ovviamente città più ricettive sul bere miscelato sono Roma e Milano. Anche per estensione geografica ospitano un numero maggiore di locali. I principali bartender italiani lavorano nella Capitale, ma il capoluogo meneghino si difende. Anche i principali eventi di settore si svolgono in queste due città. Tuttavia esiste un’Italia periferica che è cresciuta e sta crescendo a ritmo battente. Al Sud la Puglia e la Sicilia si muovono bene. L’Emilia sta dimostrando di non essere soltanto una regione legata alla tradizione vitivinicola. Modena non ha da invidiare nulla alla dotta Bologna. E poi hanno Piumazzo, con un bar-museo che cela una storia di provincia autentica da fare invidia al cinema neorealista. Venezia svetta per gli Hotel Bar. Firenze, dove abbiamo non a caso presentato la nuova edizione della guida, si sta imponendo in questo ultimo anno. La cocktail week che ha organizzato lo scorso maggio è un esempio di come sia molto ricettiva. E non dimentichiamoci che ci avviciniamo al centenario della nascita del Negroni, che vedeva la luce proprio nel capoluogo toscano. La diffusione del buon bere, attraverso la riscoperta di grandi classici della miscelazione, sta destando curiosità nella clientela, sempre più affascinata dal contenuto del bicchiere e dalle storie che contiene. Sono spariti i ‘bibitoni’ a base di succhi, molto generici. Si apprezza il vermut, il gin, ultimamente il whisky torbato. Il palato è allenato a riconoscere le differenze tra etichette dello stesso prodotto. Se cambiamo un vermut nel Negroni, per fare un esempio, lo notano subito.

D.: Qual’è il legame che riscontrate tra barman e barmanager e il territorio dove operano?

R.: Abbiamo notato che in molti casi, dove il territorio lo consente, il barman lo sfrutta, utilizzando liquori e distillati locali. Vedi per esempio il lavoro di Alfio Liotta a Taormina. La territorialità è un ritorno alle origini, l’unico modo per cercare di essere originali e distinguersi in un settore in cui sembra essersi sperimentato ormai di tutto. Perché va bene la riproducibilità di un drink (l’idea cioè che un cocktail debba essere identico se bevuto a Venezia come a Lecce) ma è anche giusto personalizzare la ricetta. In questo senso, il territorio offre una mano. E chi lo fa diventa inconsapevolmente un ambasciatore del gusto glocal. Il barmanager si ritrova dunque a gestire non un semplice bar, ma una brigata che tutela il buon bere e sponsorizza i prodotti locali. Essendo ormai abituata bene anche la clientela, deve stare attento a una serie di dinamiche che prima poteva non avere. Voci di spesa nuove, bottiglie, spezie, frutti che un tempo non si consideravano, adesso sono diventati indispensabili.