Trump: “Ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo fatta” e annuncia: “L’Europa acquisterà 750 miliardi di energia e un’enorme quantità di armi dagli Usa”
L’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi è stato raggiunto: la tariffa base per l’Ue sarà del 15% e non del 30%, come minacciato precedentemente da Washington. Ma l’Europa dovrà acquistare dagli Usa 750 miliardi di dollari di energia. Oltre a “un’enorme” – anche se ancora non precisata – quantità di armi. Rimane tutto invariato per quanto riguarda gli scambi commerciali di acciaio e alluminio, per i quali i dazi sono confermati al 50%.
Il commento di Meloni e delle opposizioni
“Considero positivo che ci sia un accordo, ma se non vedo i dettagli non sono in grado di giudicare al meglio”, ha commentato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le opposizioni, dal Pd ai 5 stelle, attaccano l’intesa: “Doveva essere zero a zero sui dazi, invece Ursula e la pontiera Meloni rimediano una disfatta bella e buona”.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini: un impatto da 22,6 miliardi di euro
Il leader degli industriali: «Per noi tutto quello che è oltre allo zero è un problema. E noi stiamo sottovalutando una cosa: non è solo l’impatto dei dazi, è anche la svalutazione dollaro-euro, che per noi vuol dire oggi incrementare il dazio di un 13%»
Per il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, i dazi avranno un impatto da 22,6 miliardi di euro, e per questo sono necessari aiuti efficaci per i settori più colpiti. Leggere sul Sole 24 Ore, cliccare qui: impatto da 22,6 miliardi di euro
Il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi, “Con i dazi al 15% il Il danno che stimiamo per le nostre imprese è di circa 317 milioni di euro”

“Con i dazi al 15% il bicchiere rimarrà mezzo vuoto per almeno l’80% del vino italiano. Il danno che stimiamo per le nostre imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi, mentre per i partner commerciali d’oltreoceano il mancato guadagno salirà fino a quasi 1,7 miliardi di dollari. Il danno salirebbe a 460 milioni di euro qualora il dollaro dovesse mantenere l’attuale livello di svalutazione. Facciamo sin d’ora appello al governo italiano e all’Ue per considerare adeguate misure per salvaguardare un settore che grazie al buyer statunitense era cresciuto molto”. Lo ha detto oggi il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi.
Per Frescobaldi, “Con l’incontro di oggi in Scozia fra i presidenti Trump e von der Leyen si è almeno usciti da un’incertezza che stava bloccando il mercato; ora sarà necessario assumersi il mancato ricavo lungo la filiera per ridurre al minimo il ricarico allo scaffale. Secondo le nostre analisi, a inizio anno la bottiglia italiana che usciva dalla cantina a 5 euro veniva venduta in corsia a 11,5 dollari; ora, tra dazio e svalutazione della moneta statunitense, il prezzo della stessa bottiglia sarebbe vicino ai 15 dollari. Con la conseguenza che, se prima il prezzo finale rispetto al valore all’origine aumentava del 123%, da oggi lieviterà al 186%”. Per l’Osservatorio Uiv, il conto si fa molto più salato alla ristorazione, dove la stessa bottiglia da 5 euro rischierà di costare al tavolo – con un ricarico normale – circa 60 dollari.

Il commento del segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti
“Non ci si può ritenere soddisfatti per questo accordo – ha detto il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti -: un dazio al 15% è certamente inferiore all’ipotesi del 30%, ma è altrettanto vero che questa tariffa è enormemente superiore a quella, quasi nulla, del pre-dazio. Rispetto ai competitor europei, l’Italia rischia inoltre di subire un impatto maggiore, da una parte per la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna; dall’altra per la tipologia dei prodotti del Belpaese che concentrano la propria forza sul rapporto qualità prezzo, con l’80% del prodotto che si concentra nelle fasce “popular” – quindi a un prezzo franco cantina di 4,2 euro al litro – e con solo il 2% delle bottiglie tricolori collocato in fascia superpremium”.
Secondo l’Osservatorio Uiv, il rischio – qualora non si attivasse una riduzione dei ricavi lungo la filiera, che rappresenta comunque un danno – è di trovarsi, a fine 2026, vicino ai valori espressi nel 2019. Per Uiv, ben il 76% (l’equivalente di 366 milioni di pezzi) delle 482 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si trova in “zona rossa”, con una esposizione sul totale delle spedizioni superiore al 20%. Aree enologiche con picchi assoluti per il Moscato d’Asti (60%), il Pinot grigio (48%), il Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, quelli piemontesi al 31% così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27% e il Lambrusco. In totale sono 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1.3 miliardi di euro, ovvero il 70% dell’export italiano verso gli Stati Uniti.
Cia-Agricoltori Italiani: più che un accordo sembra una resa
Conto salato per il Made in Italy agroalimentare. Per il presidente Fini “la perdita di competitività ridurrà le nostre quote di mercato negli Usa, senza ottenere nulla in cambio”
Più che un accordo, l’intesa sui dazi al 15% sembra una resa. Ora l’export del Made in Italy agroalimentare verso gli Usa (7,8 miliardi di euro nel 2024) rischia grosse perdite in settori chiave come vitivinicolo, olio, pasta e riso, caseario, senza ottenere niente in cambio. Oltre all’impatto diretto, si corre il pericolo anche di un grave danno all’intero indotto agroindustriale, con pesanti ripercussioni sull’occupazione. Così il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, commenta l’accordo fra la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen e il presidente Usa, Donald Trump. “Nonostante sia stata evitata la tariffa al 30%, resta una grande preoccupazione per l’impatto reale di questi dazi, ma prima di trarre conclusioni definitive vogliamo aspettare gli sviluppi dei prossimi giorni, con la definizione ufficiale delle liste doganali”, continua Fini.
Secondo Cia, il rischio concreto di un calo dell’export è molto alto, con danni a comparti strategici e un aumento dei costi per le imprese italiane, che tenderanno a perdere margini di profitto oppure a dover trasferire parte di questi costi sui consumatori, rischiando di ridurre la domanda nel mercato Usa. L’effetto combinato di dazi e fluttuazioni del cambio euro-dollaro non potrà che aggravare l’impatto delle misure doganali, traducendosi in costi aggiuntivi reali per le aziende nazionali e rendendo meno competitivo il Made in Italy.
Per il vino, gli Usa sono la prima piazza mondiale con circa 1,9 miliardi di euro di fatturato nel 2024. A dipendere maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio export sono i vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 138 milioni di euro nel 2024; i vini rossi toscani Dop (40%, 290 milioni), i vini rossi piemontesi Dop (31%, 121 milioni) e il Prosecco Dop (27%, 491 milioni). Grandi numeri che i dazi possono scombinare lasciando strada libera ai competitor.
Per quanto concerne il mondo dell’olio, il dazio al 15% rischia di ridurre la competitività dell’extravergine italiano a favore di oli più economici provenienti da Paesi terzi che godono di tariffe più basse, come la Turchia, il Sud America o la Tunisia. Come conseguenza, il consumatore medio Usa sarà indotto a utilizzare altri oli, come quelli di semi tradizionali (girasole, soia, mais). Al momento, gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato extra-Ue per l’olio tricolore, con una quota di circa 100 mila tonnellate l’anno e un valore vicino a un miliardo, ovvero il 32% del nostro export. C’è paura anche perché questi nuovi dazi colpiranno trasversalmente tutti i principali Paesi produttori europei (Italia, Spagna, Grecia) con la conseguenza di un possibile eccesso di offerta sul mercato interno, che porterebbe a un deprezzamento generale dell’olio.
Nel settore caseario, invece, i dazi colpiranno soprattutto i formaggi Dop come la mozzarella di Bufala, oltre al Pecorino romano utilizzato oltreoceano dall’industria alimentare per aromatizzare patatine in busta e altri snack. In pericolo pure pasta, riso e farine, tra i prodotti più amati dal mercato Usa, con un export annuo di circa 2 miliardi e quasi mezzo milione di tonnellate inviate oltreoceano. Anche in questo settore, secondo Cia, si rischiano potenziali ricadute occupazionali qualora i dazi non vengano mitigati con accordi o misure di sostegno.
Confeuro: “Vittoria protezionismo di Trump che frammentarietà Europa”
“Apprendiamo che Stati Uniti e Unione Europea hanno raggiunto un nuovo accordo sui dazi, con un’intesa fissata al 15% siglata in occasione dell’incontro tra il presidente Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in Scozia. Ancora una volta – dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – siamo di fronte alla amara vittoria del neo-protezionismo di marca Trumpiana su un’Europa che, invece di rilanciare il proprio ruolo strategico, incassa il colpo e paga il prezzo di anni di inefficienza amministrativa e frammentarietà politica. Il rischio più concreto adesso è che a farne le spese siano, come sempre più spesso accade, i cittadini europei e in particolare il mondo delle piccole e medie imprese del comparto agroalimentare, cuore pulsante del Made in Italy. La nota positiva – prosegue Tiso – è che questo accordo dovrebbe porre fine a un lungo periodo di instabilità produttiva e incertezza commerciale a livello globale. Tuttavia, attendiamo di conoscere i dettagli dell’intesa per valutare con precisione le ripercussioni sul nostro settore primario e sui prodotti italiani, che già operano in un contesto economico difficile. Rimane però l’assioma principale: se l’Unione Europea non cambia rotta – rivedendo il proprio modello di sviluppo, recuperando competitività strategica e superando le divisioni e il nazionalismo interni – non potrà mai giocare un ruolo da protagonista nello scenario globale. Serve una scossa, prima che sia troppo tardi”, conclude il presidente Confeuro Tiso.





di Marco Pianta
Mar-a-Lago ha ora una succursale europea, il campo da golf Trump’s Turnberry in Scozia. Anche qui il presidente Usa riceve i questuanti e fa conferenze stampa con i comprimari. Domenica c’è stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha ingoiato con il sorriso sulle labbra l’introduzione di dazi al 15% sull’export della Ue verso gli Stati Uniti.
Non ci sarà alcuna contromisura europea. Anzi, la lista delle concessioni europee è infinita: i paesi Ue compreranno energia dagli Usa (tutta fossile, soprattutto gas naturale liquefatto) per 750 miliardi in tre anni, aumentando del 50% gli acquisti annuali (erano di 450 miliardi nel 2024); compreranno materiali per le centrali nucleari; realizzeranno investimenti industriali per 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti – soprattutto nell’auto e nella farmaceutica – per produrre oltreoceano quello che viene ora esportato; compreranno armamenti americani per centinaia di miliardi di dollari, nel quadro degli 800 miliardi di euro dei piani di riarmo europeo.
Fatti i conti, tra dazi versati al Tesoro di Washington e altri trasferimenti, la Ue si impegna a pagare a Trump in pochi anni un importo dell’ordine del Pil italiano, 2400 miliardi di dollari. «Giudico positivamente che si sia trovato un accordo» ha commentato Giorgia Meloni. Una Repubblica delle banane avrebbe ottenuto condizioni migliori dall’imperialismo yankee di un tempo.
La “politica del ceffone” di Trump ha funzionato oltre ogni previsione. Attaccare gli alleati, impedirgli ogni iniziativa, costringerli a esultare perché il 15% è meno del 30% minacciato inizialmente ha regalato a Trump un trionfo politico. Tutto questo «porterà stabilità» ha dichiarato Ursula von der Leyen. Una stabilità destinata a durare solo fino alla prossima prova di forza americana, che si sta già profilando: sui semiconduttori, sui farmaci, sui privilegi delle piattaforme digitali Usa, oppure sull’impegno a rifinanziare il debito pubblico Usa, o a partecipare alla prossima guerra americana.
Con Bruxelles, Trump ha replicato il successo nel braccio di ferro con il Giappone: anche qui dazi generali al 15% e l’impegno a investire 550 miliardi di dollari in impianti industriali negli Usa. Con gli altri paesi vicini, il calendario di Trump prevede dal 1° agosto dazi al 35% per il Canada e al 30% per il Messico, con sorprese di ogni tipo che potrebbero arrivare in questi giorni. Con dazi al 10%, il Regno Unito della Brexit ha ottenuto un piccolo trattamento preferenziale, riservato all’alleato più fedele, con il primo ministro Starmer che era ieri a omaggiare Trump sul suo campo da golf scozzese. Chi ha bisogno di governi conservatori con un laburista così?
Con amici e alleati, la strategia di Trump di creare disordine internazionale e “caos sistemico”, per affermare il diritto del più forte e imporre tributi ai paesi satelliti, ha avuto finora pieno successo. La paura di un disordine ancora peggiore intimidisce la periferia dell’impero e rafforza la subalternità che Europa, Giappone, Canada e Messico mostrano verso la Casa bianca.
La caduta del dollaro è parte di questo disordine: dall’arrivo di Trump alla Casa bianca il dollaro ha perso il 15% nei confronti dell’euro: i prodotti europei stanno già costando di più per gli americani; investire negli Usa appare più attraente per i capitali di tutto il mondo; Wall Street – all’inizio spaventata dall’arrivo dei dazi – da aprile non ha smesso di crescere ed è ora sopra i livelli pre-Trump.
Ma per fortuna il mondo non finisce qui. Il deficit commerciale più grave gli Usa ce l’hanno con la Cina e oggi i due paesi stanno negoziando a Stoccolma: il 12 agosto scadrà la “tregua” nella guerra commerciale tra i due paesi che aveva fermato al 30% i dazi reciproci, dopo che Trump aveva imposto aumenti fino al 145% e Pechino aveva risposto colpo su colpo.
I negoziati vanno molto al di là della bilancia commerciale: l’export cinese comprende componenti essenziali delle catene produttive delle multinazionali Usa – gran parte della produzione degli I-Phone, ad esempio, viene realizzata in Cina – e dazi eccessivi le metterebbero in difficoltà. C’è da tempo uno scontro tra i due paesi sulle tecnologie digitali – rivalità tra grandi piattaforme, corsa all’Intelligenza Artificiale e alle applicazioni militari – con un’altalena di restrizioni e compromessi. Ci sono i 750 miliardi di dollari di debito pubblico Usa che è nelle mani della Cina.
È su tutti questi piani che si va disegnando lo scontro tra la declinante egemonia Usa e l’ascesa della Cina e dell’Asia orientale.
In questo quadro, la resa incondizionata dell’Europa a Trump investe il futuro della Ue: i dazi bloccano il modello economico guidato dalle esportazioni tedesche; gli acquisti di energia Usa fanno saltare il Green Deal europeo; le armi americane fanno dell’Europa una guarnigione militare. Senza una politica e senza un progetto, Bruxelles sta diventando un’obbediente periferia di un impero in disfacimento.
