Prima Fico, poi Grand Tour Italia. Cambiano il nome e il progetto ma i conti restano in rosso
Una analisi di Mario Sassi sul suo blog
Ha già investito quasi 16 milioni di euro tra il 2024 e la prima metà del 2026, ma per Oscar Farinetti le risorse proprie stanno servendo più a coprire i buchi di bilancio che a rilanciare l’attività.

Grand Tour Italia, il parco tematico sulle tradizioni enogastronomiche nato a Bologna sulle ceneri di Fico, non solo stenta a decollare, ma continua ad affondare i conti della società di famiglia, la Eatinvest.
In questi giorni Farinetti ha riconosciuto di aver sbagliato aver realizzato Fico a Bologna anziché a Milano. La posizione nell’area Caab richiede collegamenti e una capacità di attrazione autonoma che il progetto non ha mai raggiunto.
Oggi pubblichiamo questo scritto di Mario Sassi

Farinetti ormai è un ex Fico. Anche per il sindaco Lepore…
“Situazione sempre più complicata. Lo stadio in Fiera è stata l’ultima bastonata”. Piero Bagnasco, amministratore delegato di Grand Tour Italia, non usa mezzi termini nel commentare la notizia arrivata all’inizio di agosto: BolognaFiere e Bologna FC hanno presentato al sindaco Matteo Lepore una lettera d’intenti per un nuovo stadio permanente da 30.000 posti, polifunzionale, da costruire in zona Fiera — non più, come per anni si era ipotizzato, nell’area del Caab adiacente all’ex Fico.
Per Grand Tour Italia si tratta della perdita definitiva di una delle due leve infrastrutturali su cui Oscar Farinetti aveva costruito, esplicitamente, la scelta di quella location: lo stadio temporaneo del Bologna, insieme al tram, avrebbe dovuto portare fino ai cancelli del parco un flusso di visitatori che l’isolamento periferico dell’area non riesce a garantire da solo.
Il progetto tenta comunque di reagire: dal 19 settembre debutta “Feeling”, la nuova collaborazione con Beautiful Gallery, il format di mostre immersive e interattive già ospitato con successo lo scorso autunno in versione XXL, oltre 3.000 metri quadrati e più di venti ambientazioni. È la stessa logica che ha guidato il restyling del 2024 e quello, ulteriore, dell’inizio del 2026: meno ristorazione, più intrattenimento family-friendly, nella speranza che l’esperienza — più che il cibo — diventi il motivo per attraversare la città fino ai confini della tangenziale.
Vale la pena notare quante volte, in appena due anni di vita, Grand Tour Italia abbia già cambiato pelle. All’apertura, nel settembre 2024, il format puntava tutto sul racconto delle 20 regioni italiane e dei relativi patrimoni Unesco, con osterie regionali, una libreria da 1.200 titoli e il grande supermercato ereditato da Fico. Cinque mesi dopo, a inizio 2025, il primo ridimensionamento: alcuni ristoranti accorpati, un negozio di prodotti tipici, l’annuncio di una palestra e di nuove aree sportive. A marzo 2026 il secondo intervento, più profondo: meno ristorazione, più spazi per bambini e ragazzi, sparizione definitiva del supermercato in favore di una pista di go-kart. Ogni fase è stata presentata come l’assestamento definitivo verso “quello che i clienti chiedono”; ogni fase, in realtà, ha rincorso l’assenza delle due infrastrutture — stadio e tram — che avrebbero dovuto rendere superfluo l’inseguimento continuo del pubblico locale.
Sul piano dei conti, però, la rincorsa resta in salita. Il bilancio 2024 si è chiuso con una perdita di 4,7 milioni di euro, a fronte di ricavi fermi a 5,6 milioni contro costi per 10,3 milioni — anche per effetto della chiusura di cinque mesi imposta dai lavori di restyling. I debiti sono saliti nello stesso periodo da 7,7 a 12,2 milioni, e l’azionista di riferimento, Eatinvest — la holding della famiglia Farinetti, che detiene Grand Tour Italia al 100% dopo l’uscita di Coop Alleanza 3.0 — ha dovuto immettere oltre 7 milioni di capitale fresco per tenere in piedi la struttura. Ad aprile sono arrivati anche quattro licenziamenti, formalmente individuali per non superare la soglia che avrebbe imposto la procedura collettiva, che hanno attirato le proteste di Filcams Cgil e delle opposizioni in consiglio comunale, preoccupate soprattutto per la sorte dei lavoratori in un contesto — stadio permanente sfumato, progetto di riqualificazione dell’area incagliato, promesse di investimento solo parzialmente rispettate — che continua a somigliare, punto dopo punto, a quello che portò alla chiusura del vecchio Fico nel 2024.
La lettura più immediata della notizia sullo stadio è quella di un ennesimo colpo esterno: un’infrastruttura pubblica decisiva per il destino del parco che sfugge, ancora una volta, al controllo di chi il parco lo gestisce. È una lettura corretta, ma parziale, e vale la pena rovesciarla. Il vero problema non è che lo stadio sia andato altrove — è che l’intero modello di Grand Tour Italia sia stato costruito, fin dall’inizio, sulla scommessa che decisioni prese da soggetti terzi (il Comune, BolognaFiere, il club di calcio, il cronoprogramma dei mezzi pubblici) sarebbero arrivate in tempo e nella forma attesa. Farinetti lo ha ammesso lui stesso, più volte, dichiarando di non riuscire a rispettare il budget “finché non aprirà lo stadio, che insieme al tram è uno dei motivi per cui ho scelto quella location”. Un imprenditore che fonda la sostenibilità del proprio investimento su infrastrutture che non possiede e non governa ha, per definizione, esternalizzato una parte cruciale del proprio rischio d’impresa — ed è esattamente quella parte, oggi, a non pagare il conto.
C’è anche una dimensione politica che complica ulteriormente il quadro. Lo stesso sindaco Lepore, in un’intervista rilasciata mesi fa, ha ammesso che non avrebbe rifatto oggi la scelta di affidare l’area del Caab a Farinetti, ipotizzando per quello spazio destinazioni alternative legate alla ricerca o all’università. Sull’area gravitano intanto altri interessi — due nuovi insediamenti residenziali per 2.500 abitazioni sono già previsti nei piani urbanistici — che l’amministrazione comunale ha esplicitamente detto di non voler piegare a “operazioni immobiliari speculative” per risolvere le criticità del vecchio progetto Fico. In altre parole, anche se domani arrivassero i fondi per lo stadio temporaneo che oggi mancano, il Comune ha già segnalato di non essere disposto a garantire a Grand Tour Italia condizioni di favore sull’area circostante. Il parco si trova quindi stretto tra un’infrastruttura sportiva che ha cambiato indirizzo e un’amministrazione locale sempre meno disposta a trattare la sua sopravvivenza come priorità cittadina.
Non è la prima volta che il gruppo Farinetti si trova in questa posizione. Eataly, la creatura più nota della famiglia, ha attraversato anni di perdite a doppia cifra — 22 milioni nel 2021, quasi 26 nel 2022 — prima che la cessione del 52% a Investindustrial nel 2022 portasse capitali freschi, una nuova governance e, nel 2024, il ritorno a un utile netto di 13,4 milioni su 684 milioni di ricavi. Il prezzo di quella stabilizzazione, però, è stato la perdita del controllo: oggi è Investindustrial a guidare le decisioni industriali di Eataly, mentre la famiglia Farinetti resta azionista di minoranza. Una traiettoria simile, anche se con esito ancora diverso, ha riguardato Green Pea, il bio-mall torinese, in fase di conversione verso altri usi dopo anni di conti in rosso. Grand Tour Italia, al contrario, è rimasto interamente in famiglia — nessun socio industriale, nessuna Investindustrial a cui cedere quote in cambio di liquidità e disciplina finanziaria. È un dettaglio societario, ma è anche la chiave per leggere la differenza tra i tre progetti: dove Farinetti ha accettato di condividere il controllo, i conti hanno trovato — con anni di ritardo — una via d’uscita; dove ha voluto restare unico azionista, la stessa famiglia continua a essere l’unico soggetto disposto a ripianare le perdite.
Bagnasco, nell’intervista, prova a spostare l’attenzione sul presente — “Feeling” e Beautiful Gallery come la prossima carta da giocare — ma lascia la domanda sul lungo periodo esplicitamente sospesa: “sul futuro deciderà Farinetti”. È una frase che pesa più di quanto sembri. Detta dall’amministratore delegato dell’azienda, significa che le leve gestionali quotidiane — cartellone eventi, ristorazione, licenziamenti mirati — non bastano più a definire da sole la rotta: la decisione ultima, quella se continuare a finanziare un progetto che senza stadio e senza la piena apertura del tram fatica a raggiungere una massa critica di visitatori, spetta esclusivamente al patron e alla sua holding. La domanda aperta, allora, non riguarda tanto “Feeling” o la prossima mostra: riguarda se Eatinvest sia disposta a ripetere, per la terza o quarta volta, l’iniezione di capitale che finora ha sempre tenuto in vita il progetto — o se lo stadio dirottato altrove sia, per Farinetti, il segnale che anche Grand Tour Italia debba prendere la stessa strada di Eataly e Green Pea: cedere il controllo, ridimensionare, o chiudere il cerchio di un’altra scommessa che l’immagine pubblica ha raccontato meglio di quanto i bilanci abbiano confermato.
