Il racconto di un territorio tra memoria, identità e futuro

Due giorni tra degustazioni, confronto e cultura del vino alla scoperta di una delle denominazioni bianche più storiche d’Italia.

Ci sono città che si osservano, Orvieto, invece, si ascolta. Lo si fa percorrendo le sue strade, lasciandosi guidare dalla luce che accarezza il tufo, dal profilo imponente del Duomo e da quella cultura del vino che qui non è soltanto tradizione, ma parte integrante dell’identità collettiva.

È da questa consapevolezza che prende forma il racconto di una denominazione capace di custodire il proprio passato mentre costruisce il proprio futuro. Una città sospesa tra cielo e roccia, dove il tempo sembra scorrere con una misura diversa e dove il vino non rappresenta semplicemente una produzione agricola, ma una componente essenziale dell’identità collettiva. Qui la viticoltura è parte del paesaggio, della cultura e della memoria. È una storia che attraversa secoli e che continua ancora oggi a evolversi.

È proprio questa sensazione che ha accompagnato il Press Tour promosso dal Consorzio Tutela Vini di Orvieto, una due giorni dedicata a giornalisti e wine communicator provenienti da tutta Italia, chiamati a conoscere da vicino una denominazione che sta vivendo una fase particolarmente significativa della propria storia.

Un incontro che ha avuto come filo conduttore il tema della masterclass: “Orvieto DOC: una pluralità di anime”. Un titolo che racchiude perfettamente la complessità di questo territorio, capace di esprimersi attraverso molteplici interpretazioni pur mantenendo una forte e riconoscibile identità.

L’accoglienza: il vino come linguaggio universale

Il racconto è iniziato la sera del 24 maggio, nel cuore del centro storico di Orvieto. La cena di benvenuto presso Il Malandrino Bistrot non è stata soltanto un momento conviviale, ma il primo tassello di una narrazione più ampia. Alla presenza del Presidente del Consorzio Tutela Vini di Orvieto, Vincenzo Cecci, dei relatori della masterclass e degli ospiti intervenuti, si è subito creato quel clima di dialogo e condivisione che solo il vino riesce a generare.

Tra un calice e una conversazione, si sono intrecciati racconti di vendemmie, riflessioni sul cambiamento climatico, considerazioni sull’evoluzione dei consumi e sul ruolo che le denominazioni storiche sono chiamate a svolgere in un mercato in continua trasformazione. Nessuna formalità, solo il piacere dell’incontro e dell’ascolto reciproco. Perché il vino, prima ancora di essere un prodotto, è relazione.

Una denominazione che sceglie di evolvere

La mattina del 25 maggio, nella prestigiosa Sala Expo del Palazzo del Capitano del Popolo, il confronto è entrato nel vivo. Dopo i saluti istituzionali del Presidente Vincenzo Cecci, la parola è passata ai protagonisti della Commissione Tecnica: Riccardo Cotarella, Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso, Massimiliano Pasquini e Andrea Bellincontro, moderati dal giornalista Gianluigi Basilietti.

Ne è emersa una riflessione ampia e articolata sul presente e sul futuro dell’Orvieto DOC. Non soltanto una denominazione storica, ma un territorio che ha scelto di interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo contemporaneo.

Le sfide del cambiamento climatico, la sostenibilità, le nuove abitudini di consumo e la crescente richiesta di vini più leggeri e immediati sono state affrontate con pragmatismo e visione, evidenziando come la capacità di innovare sia oggi una condizione necessaria per preservare il valore della tradizione. Un concetto è apparso chiaro fin da subito: custodire il passato non significa rimanere immobili, significa avere il coraggio di adattarsi senza perdere la propria identità.

 Quattro vini per raccontare quattro anime

Il momento centrale della giornata è stato affidato alla degustazione tecnica.

Quattro vini, presentati in forma rigorosamente anonima dal Consorzio, hanno accompagnato i partecipanti in un percorso sensoriale pensato per raccontare le diverse espressioni dell’Orvieto DOC.

Una scelta significativa, quella dell’anonimato, che ha permesso di concentrare l’attenzione esclusivamente sul vino e sul messaggio che ogni calice era in grado di trasmettere.

Il percorso si è aperto con l’Orvieto DOC Low Alcohol, protagonista della più recente evoluzione del disciplinare. Un vino che rappresenta una svolta importante per la denominazione e che testimonia la volontà del Consorzio di interpretare le esigenze del mercato contemporaneo senza snaturare il patrimonio territoriale. Nel bicchiere emergono freschezza, bevibilità e precisione aromatica, dimostrando come innovazione e identità possano convivere armoniosamente.

La novità non riguarda soltanto lo stile del vino, ma anche il disciplinare stesso. L’Orvieto DOC è infatti tra le prime denominazioni italiane ad aver introdotto una specifica categoria a bassa gradazione alcolica, prevedendo per questa tipologia un titolo alcolometrico compreso tra il 10% e il 10,5% vol. Una scelta nata dalla volontà di rispondere alle nuove tendenze di consumo e alle sfide imposte dal cambiamento climatico, mantenendo però intatto il legame con il territorio e con i suoi vitigni storici.

Vitigni che rappresentano il cuore stesso della denominazione. L’Orvieto DOC nasce infatti principalmente da Procanico (il biotipo locale del Trebbiano Toscano) e Grechetto, affiancati dagli altri vitigni autoctoni storici dell’area come Verdello e Drupeggio, oltre alla Malvasia Bianca Lunga. Un patrimonio ampelografico che racconta secoli di storia vitivinicola e che contribuisce a definire il carattere unico di questi vini.

A seguire, l’Orvieto DOC Classico Superiore ha riportato l’attenzione sulle radici storiche della denominazione. Maggiore struttura, profondità e complessità hanno evidenziato il volto più tradizionale e territoriale dell’Orvieto, quello che affonda le proprie radici nelle colline che da secoli raccontano la vocazione vitivinicola di questa terra.

Con la Vecchia Annata il tempo è diventato protagonista, un assaggio che ha sorpreso molti partecipanti per la straordinaria capacità evolutiva del vino. Le note più mature, la profondità aromatica e l’equilibrio raggiunto negli anni hanno ricordato quanto l’Orvieto possieda una longevità spesso poco raccontata ma assolutamente reale.

Infine la Muffa Nobile, autentica gemma enologica del territorio orvietano.

Più che un vino, un patrimonio identitario che trova la propria massima espressione esclusivamente in questa zona d’Italia. Il Muffato di Orvieto rappresenta infatti un’eccellenza assoluta del panorama vitivinicolo nazionale ed è l’unica DOC italiana a prevedere nel proprio disciplinare la specifica menzione “Muffa Nobile”.

La sua nascita è strettamente legata alle particolari condizioni climatiche dell’Orvietano. Le nebbie mattutine che risalgono le vallate favoriscono lo sviluppo della Botrytis cinerea in forma nobile, un fenomeno naturale capace di disidratare gli acini e concentrare zuccheri, aromi e sostanze estrattive. Un processo delicato e affascinante che può verificarsi soltanto in condizioni ambientali molto specifiche. Anche il terroir gioca un ruolo determinante, i terreni ricchi di fossili marini e il particolare microclima posto tra Umbria e Lazio creano un ecosistema unico, difficilmente replicabile altrove.

Prodotto principalmente da uve Grechetto e Procanico, talvolta affiancate da piccole percentuali di Sauvignon Blanc o Gewürztraminer, il Muffato di Orvieto si distingue per il suo straordinario profilo sensoriale. Il colore è intenso, tra il dorato e l’ambrato; il bouquet si apre su note di miele, zafferano, albicocca disidratata, frutta candita, agrumi maturi ed erbe aromatiche. Al palato la dolcezza è sempre sostenuta da una vibrante acidità che dona equilibrio, eleganza e straordinaria persistenza.

Un vino che non rappresenta soltanto la conclusione della degustazione, ma il racconto più profondo di ciò che l’Orvieto può esprimere quando territorio, natura e tempo lavorano in perfetta armonia.

Il nuovo volto dell’Orvieto DOC

Più che una semplice degustazione, la masterclass si è rivelata una fotografia dello stato di salute della denominazione. L’introduzione della tipologia Low Alcohol non è apparsa come un’operazione di marketing, ma come il risultato di un percorso di ricerca e di una visione condivisa tra produttori, tecnici e istituzioni.

Una scelta coraggiosa che dimostra come anche una delle più antiche DOC italiane possa continuare a innovare, interpretando i cambiamenti della società senza rinunciare ai valori che ne hanno costruito la reputazione. L’Orvieto DOC si presenta oggi come una denominazione dinamica, capace di dialogare con il consumatore contemporaneo e al tempo stesso di valorizzare il proprio patrimonio storico.

Tra vino, arte e memoria

La visita guidata al Duomo di Orvieto ha rappresentato la naturale prosecuzione del racconto. Passeggiando tra le vie della città, osservando la magnificenza della facciata gotica e lasciandosi avvolgere dalla storia millenaria di questo luogo, è apparso evidente come il vino qui sia parte integrante del tessuto culturale e sociale. Orvieto non è soltanto un territorio del vino, è un territorio che attraverso il vino racconta sé stesso. Ogni scorcio, ogni pietra, ogni panorama sembrano ricordare che la viticoltura è stata e continua a essere uno degli elementi fondanti dell’identità locale.

Un’esperienza che lascia il segno

Il light lunch conclusivo ha chiuso due giornate dense di contenuti, incontri e suggestioni.

Ma ciò che rimane al termine di questa esperienza va oltre i dati tecnici, le degustazioni o le presentazioni istituzionali. Rimane la percezione di una comunità compatta, consapevole del proprio valore e determinata a costruire il futuro della denominazione attraverso il dialogo, la ricerca e la qualità.

Il Consorzio Tutela Vini di Orvieto ha mostrato il volto di un territorio che non vive di nostalgia, ma di progettualità. Un territorio che custodisce con orgoglio la propria storia e che, proprio per questo, trova il coraggio di guardare avanti.

Tra i calici degustati, le parole ascoltate e la bellezza senza tempo della città, Orvieto ha raccontato la sua verità più profonda: il vino non è soltanto ciò che si versa in un bicchiere.

È cultura, memoria e appartenenza. Ed è, oggi più che mai, una visione condivisa del futuro.